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  • Stefano Quintarelli 9:31 am on July 24, 2015 Permalink  

    Tecnolaw. ‘Wikimedia è un hosting provider’, sentenza del Tribunale di Roma 

    Wikimedia Foundation “può essere qualificata, secondo quanto indicato dalla normativa di origine comunitaria, quale hosting provider nella gestione dell’enciclopedia online Wikipedia, da cui consegue, secondo i principi generali sanciti dalla predetta normativa, una generale esenzione di responsabilità del gestore, il quale si limita ad offrire ospitalità sui propri server ad informazioni fornite dal pubblico degli utenti”. È quanto si legge nella sentenza del 10 luglio scorso della Prima sezione civile del Tribunale di Roma.

    Il giudice monocratico Damiana Colla ha dovuto pronunciarsi su una querela presentata dal Movimento Italiano Genitori (Moige) con una richiesta di risarcimento danni per diffamazione. In sostanza, la Onlus lamentava la presenza di “informazioni inesatte” sulla pagina ad essa dedicata, nella quale figuravano anche passaggi dai quali emergeva nel complesso un’immagine negativa dell’associazione. Il Moige, si legge nella sentenza, “ha infine evidenziato di avere invano inoltrato alla convenuta richieste scritte e diffide, nonchè tentato di effettuare, sia prima che dopo l’instaurazione del giudizio, la procedura di modifica della pagina in contestazione secondo quanto previsto dal sito stesso dell’enciclopedia, il tutto senza l’esito auspicato ed il conseguente blocco dell’account degli utenti che avevano proceduto in tal senso per conto del Moige”.

     

    Per il Tribunale “occorre premettere che la convenuta, in quanto soggetto stabilito al di fuori dello spazio economico europeo (società avente sede in California), non risulta direttamente soggetta alle disposizioni del decreto legislativo n. 70/2003, espressamente riservate, ai sensi dell’art. 2 lett. c), ai soli servizi prestati da soggetti stabiliti in paesi UE, sebbene tali disposizioni – costituendo un sistema organico di norme volte a disciplinare nel nostro ordinamento i rapporti conseguenti alla libera circolazione dei servizi della società dell’informazione – possano essere considerate quali principi regolatori della materia al fine di valutare se la condotta della parte convenuta, pur esaminata sotto il profilo della normativa interna, possa o meno configurare un illecito diffamatorio”.

     

    Wikimedia, qualificata come hosting provider, è dunque chiamata a rispondere degli illeciti commessi sulle pagine dell’enciclopedia “solo qualora, non appena a conoscenza di tali fatti su espressa comunicazione delle autorità competenti, non si attivi per rimuovere le informazioni illecite o per disabilitarne l’accesso, come previsto dall’art. 17, terzo comma, d.lgs. n. 70/2003, secondo il quale il provider è civilmente responsabile del contenuto di tali servizi nel caso in cui, richiesto dall’autorità giudiziaria o amministrativa avente funzioni di vigilanza, non ha agito prontamente per impedire l’accesso a detto contenuto, in tal modo risultando il provider sollevato, secondo la normativa europea, dall’obbligo di controllo”.

    “Estremamente chiara, oltre che confermata dalla documentazione allegata – prosegue la sentenza – risulta infatti la descrizione delle modalità operative di Wikipedia, enciclopedia online dal conten

    via http://www.key4biz.it

     
  • Stefano Quintarelli 7:43 pm on April 29, 2014 Permalink  

    Fifty Years of BASIC, the Programming Language That Made Computers Personal | TIME.com 

    Invented by John G. Kemeny and Thomas E. Kurtz of Dartmouth College in Hanover, New Hampshire, BASIC was first successfully used to run programs on the school’s General Electric computer system 50 years ago this week–at 4 a.m. on May 1, 1964, to be precise.

    The two math professors deeply believed that computer literacy would be essential in the years to come, and designed the language–its name stood for “Beginner’s All-Purpose Symbolic Instruction Code”–to be as approachable as possible. It worked: at first at Dartmouth, then at other schools.

    via time.com

     
  • Stefano Quintarelli 7:54 pm on September 19, 2012 Permalink  

    Ancora reazioni alla proposta ETNO.. 

    David A. Gross – Wikipedia, the free encyclopedia.

    David A. Gross is a lawyer and former U.S. Coordinator for International Communications and Information Policy…

    The 2012 World Conference On International Telecommunications: Another Brewing Storm Over Potential UN Regulation Of The Internet – The Latest Legal Features, Research and Legal Profiles – Who’s Who Legal.

    Ambassador David A Gross and Ethan Lucarelli of Wiley Rein LLP consider
    the possible effects of the renegotiated UN International
    Telecommunication Regulations…

    …because of the implicit attacks on established mechanisms of internet governance, the WCIT has the potential to destabilise and politicise standardisation processes and the management of the internet architecture in a way that could also hinder innovation and efficiency.

     
  • eugenio prosperetti 8:04 am on September 16, 2010 Permalink  

    Ho dedicato una mezz’ora ai miei dati personali 

    Ieri avevo, insolitamente, mezz’ora di tempo.

    Ho pensato di dedicarla a proteggere i miei dati. E’ una attivita’ a costo zero che raccomando di fare a chi vuole tenere la diffusione dei propri dati sotto controllo.

    Prima di tutto ho aperto il browser (ne uso due diversi: l’operazione va fatta per ciascuno).

    Ho cercato su Google "Google Opt-Out" e ho scelto Google Adwords Opt Out Plugin. E’ il Plugin che disattiva la rilevazione da parte di Google dei dati da comunicare agli inserzionisti pubblicitari per il sistema AdWords.

    Se avete Firefox o Internet Explorer potete scaricare il Plugin che si installera’ dopo il riavvio del browser.

    Non occorre fare altro. (non premete "disattiva" altrimenti vanificherete l’installazione).

    Safari ha una funzione simile incorporata (a meno di non abilitare i cookies).

    Sono poi entrato nel mio Google Account e ho cercato, dopo aver fatto il Login, "Google Dashboard".

    Il Google Dashboard e’ un utilissimo cruscotto da cui si ha una visione dei dati di base che sono all’interno del Google Account. Ad esempio della cronologia delle nostre ricerche fatte dopo aver fatto il login su Google. Consiglio di dare un’occhiata. Dopo aver dominato la sorpresa, con un tasto nella parte superiore dello schermo, se volete, sara’ possibile eliminare quei dati da Google. Naturalmente, chi ritenga utile mantenere quei dati presso Google, per ricevere offerte e servizi personalizzati e altro, potra’ non farlo.

    L’eliminazione sospende anche l’archiviazione della cronologia.

    Dunque: il plug-in dovrebbe avere effetti sulla raccolta dei dati anonimi (quelli raccolti senza fare il login sul Google Account) e la impostazione del dashboard dovrebbe aver effetto sulla raccolta dei dati consensuali. Alla fine di queste operazioni i nostri dati dovrebbero essere piu’ sotto il nostro controllo rispetto alla raccolta palese di Google. Rimagono da chiarire alcuni aspetti circa i trattamenti di quanto gia’ raccolto ed il dibattito e’ in corso.

    Rilevo anche che la situazione con altri soggetti (Facebook, Yahoo, ecc.),  a fronte di temi e problemi simili, sembra essere meno trasparente nel senso che non sono ancora stati approntati strumenti di gestione dei dati a disposizione dell’utente sofisticati come quelli utilizzati da Google.

    Sarebbe benvenuto al riguardo un codice etico comune. ._

     
  • Stefano Quintarelli 10:59 am on March 26, 2010 Permalink  

    Riflessione su economia dell’abbondanza e sistemi di pagamento 

    i sistemi di pagamento tradizionali sono funzionali all’economia della scarsità connaturata nei beni fisici e caratterizzata da rendimenti decrescenti e limiti di ottimo paretiano; ne consegue che una caratteristica fondamentale dei sistemi transazionali sia la necessità di sanzionare comportamenti reprobi._

    nel mondo immateriale le regole sono diverse, i rendimenti possono essere crescenti come mostrato da Brian Arthur; l’economia non ha una scarsita’ intrinseca ma e’ una economia dell’abbondanza alla quale stiamo tentando di applicare, con poco successo, i sistemi transazionali tipici dell’economia della scarsità.

    partendo da cosiderazioni pragmatiche su disponibilità e modalità d’uso dei “neobeni” (beni informativi abilitati dalla tecnologia), descrivo un possibile nuovo sistema transazionale, per i beni digitali, che non si basa sulla sanzione dei comportamenti reprobi ma anzi sulla valorizzazione dei comportamenti virtuosi.

    Scarica 2010.03.19 la fine della distribuzione aggregata (pdf)

    vi invito a leggere l’allegato e a riconsiderare, sotto questa chiave interpretativa, l’esperienza di iTunes Music Store (che non e’ che abbia fatto sparire la musica dai circuiti P2P, ma ha aiutato l’industria a immaginare e trovare altre forme di remunerazione)

     
  • Stefano Quintarelli 11:59 pm on March 25, 2010 Permalink  

    Riflessione su economia dell’abbondanza e sistemi di pagamento 

    i sistemi di pagamento tradizionali sono funzionali all’economia della scarsità connaturata nei beni fisici e caratterizzata da rendimenti decrescenti e limiti di ottimo paretiano; ne consegue che una caratteristica fondamentale dei sistemi transazionali sia la necessità di sanzionare comportamenti reprobi._

    nel mondo immateriale le regole sono diverse, i rendimenti possono essere crescenti come mostrato da Brian Arthur; l’economia non ha una scarsita’ intrinseca ma e’ una economia dell’abbondanza alla quale stiamo tentando di applicare, con poco successo, i sistemi transazionali tipici dell’economia della scarsità.

    partendo da cosiderazioni pragmatiche su disponibilità e modalità d’uso dei “neobeni” (beni informativi abilitati dalla tecnologia), descrivo un possibile nuovo sistema transazionale, per i beni digitali, che non si basa sulla sanzione dei comportamenti reprobi ma anzi sulla valorizzazione dei comportamenti virtuosi.

    Scarica 2010.03.19 la fine della distribuzione aggregata (pdf)

    vi invito a leggere l’allegato e a riconsiderare, sotto questa chiave interpretativa, l’esperienza di iTunes Music Store (che non e’ che abbia fatto sparire la musica dai circuiti P2P, ma ha aiutato l’industria a immaginare e trovare altre forme di remunerazione)

     
  • Stefano Quintarelli 2:18 pm on March 8, 2010 Permalink  

    PayPal, Google ed Equifax lanciano lo Open Identity Exchange 

    PayPal, Google and Equifax back launch of Open Identity Exchange.

    PayPal, Google and Equifax back launch of Open Identity Exchange

    Google, Paypal, and Equifax are the first three identity providers
    certified by OIX to issue digital identity credentials that will be
    accepted for privacy-protected registration and login at US government
    websites. Verizon is currently in the certification process and is
    expected to be completed shortly.

    It’s what the world’s been waiting for. The creation of a workable
    federated identity standard will provide a major boost to the digital
    economy. But let’s not get too excited. Don’t forget, we’ve all been
    here before. The last great hope was the Liberty Alliance, a similar
    vendor-sponsored initiative that floundered under the weight of its own
    technical specifications. OIX has US Government support, which helps.
    But the real breakthrough will come at the user end. Create a simple,
    consumer-friendly standard that is open, easily accessible and
    comprehensible to all and they will come.

    Questa e’ una cosa potenzialmente rilevantissima._

    In passato Microsoft aveva lanciato un sistema di single sign on chiamato Passport sul quale ha fatto marcia indietro rispetto agli obiettivi iniziali, su pressione dei garanti dell privacy europei che avevano richiesto per l’appunto un ambiente federato, sul modello della Liberty Alliance.

    Io sono sempre scettico sui sistemi di single sign on o simili;  voglio una credenziale diversa per ogni servizio; tutto sommato, pero’, capisco che per la massa degli utenti, possa risultare comodo e d’altro canto, non si puo’ pretendere di educare tutti ad un tale grado di sensibilità circa la security.

    Immagino che, oggi come allora, i garanti della privacy europei vorranno vederci chiaro.

     
  • Stefano Quintarelli 8:43 am on February 28, 2010 Permalink  

    Ideali contrastanti tra EU ed USA secondo il New York Times 

    When American and European Ideas of Privacy Collide – NYTimes.com.

    ….But in a deeper sense, it called attention to the profound European
    commitment to privacy, one that threatens the American conception of
    free expression and could restrict the flow of information on the
    Internet to everyone….
    “The framework in Europe is of privacy as a human-dignity right,” said
    Nicole Wong, a lawyer with the company. “As enforced in the U.S., it’s a
    consumer-protection right.” …

    “For many purposes, the European Union is
    today the effective sovereign of global privacy law,” Jack Goldsmith and
    Tim Wu wrote in their book “Who Controls the Internet?” in 2006.  ….
    Article 8 of the European Convention on Human Rights says, “Everyone has
    the right to respect for his private and family life, his home and his
    correspondence.” The First Amendment’s distant cousin comes later, in
    Article 10. ….

    “The privacy protections we see reflected in modern European law are a
    response to the Gestapo and the Stasi,” Professor Cate said, …..“We haven’t really lived through that in the United States,”
    he said._

    American experience has been entirely different, said Lee Levine, a
    Washington lawyer who has taught media law in America and France. “So
    much of the revolution that created our legal system was a reaction to
    excesses of government in areas of press and speech,” he said.

    The word privacy does not appear in the Constitution,…European courts, by contrast, have Article 8….
    “Europeans are likely to privilege privacy protection over both
    economic efficiency and speech,” Susan P. Crawford, who teaches Internet
    law at the University of
    Michigan
    , ….

    “Google is digitizing the world and expecting the world to conform to Google’s norms and conduct,” said Siva Vaidhyanathan, who teaches media studies and law at the University of Virginia. “That’s a terribly naïve view of privacy and responsibility.”

     
  • Stefano Quintarelli 11:02 pm on February 27, 2010 Permalink  

    Da leggere: Financial Times: is Google now a monopoly ? 

    Tutto l’articolo e’ da leggere
    L’ultimo paragrafo e’ una stroncatura delle reazioni eccessive di Google alla giustizia Europea e in primo luogo italiana.

    E si che il FInancial Times e’ inglese e non italiano…_

    FT.com / Columnists / Christopher Caldwell – Is Google now a monopoly?.

    Google has cast attempts to regulate it as assaults on fundamental freedoms. Its search engineer Amit Singhal asked on the company’s blog this week “whether regulators should look into dictating how search engines like Google conduct their ranking” and discussed the unfolding debate over “government-regulated search”. Terms like “dictating” and “government-regulated” reflect a certain US provinciality, a deafness to measures of corporate responsibility other than libertarianism. Recently, Google has been wrong-footed by Germans’ reluctance to have street-level photographs of their houses and yards posted on Google’s maps. This week, Google said it was “astonished” when an Italian court ruled against its executives for not taking down quickly enough a video of an autistic child being harassed by teenagers. The US ambassador to Italy defended Google by noting that secretary of state Hillary Clinton has said that “a free internet is an inalienable human right”. Such attitudes have the ring of 1990s web utopianism to them. They are in for a re-examination.

     
  • Stefano Quintarelli 6:15 pm on February 27, 2010 Permalink  

    Due “brevi” riflessioni sulla vicenda Google e non solo sulla sentenza 

    Due cose: una sulla strategia relazionale e una sul ruolo editoriale (e’ sabato…)

    Strategia relazionale:
    Aldila’ della questione in se, in attesa delle motivazioni, penso che Google abbia fatto male, strategicamente, ad alzare i toni.

    Alzando i toni IMHO a contribuito a dividere maggiormente e radicalizzare le opinioni;  penso che in molti operatori economici, politici, dei media, questo inasprimento possa avere contribuito a rafforzare una immagine di “imperialismo tecnologico” di Google.

    Se ho ragione, da un certo punto di vista e’ un atteggiamento culturale simile a quallo che ha caratterizzato Telecom Italia nelle gestioni precedenti; Telecom ha reagito dedicandosi anche a migliorare la propria percezione da parte della comunità at large, non solo dai diretti interessati; ha iniziato tutta una serie di attività di lobbismo culturale che hanno abbassato di molto la sua percezione negativa nel pubblico in generale. Cito due esempi, per chiarire: Tronchetti che apostrofa i competitor “parassiti” e Schimdt che dice “se non vuoi che una cosa si sappia, non dovresti farla”._

    Ma non porsi in contrapposizione non e’ sufficiente, occorre anche mostrare (non necessariamente dimostrare) al resto dell’ecosistema che si e’ un buon vicino, gia’ dalle piccole cose. Anche qui posso ricordare Working Capital e altre iniziative di Telecom e, invece, le dichiarazioni di Schmidt a Barcellona. (dove anche non c’era l’idea di “essere comprati da Google“, ma essere assunti da Google (non era un forum di imprenditori…))

    Penso che sarebbe meglio avere piu’ cura del vicinato, ad esempio fare accordi di joint venture e collaborazione con molte realta’ piccole con cui le persone si possano identificare, non recintare i prati perche’ nessuno ci costruisca.. Se arriva uno che ti dice “mi stai distruggendo il business” non rispondere “nessuno ti obbliga, puoi sempre non giocare con me” ma chiedersi “come facciamo ? come posso aiutarti”. lui, l’altro, non ha alternative, bigG e’ monopolista.

    Invece ho come l’impressione che, legittimamente, il personale di Google non stia facendosi la punta al cervello per massimizzare i ricavi dell’ecosistema, ma solo i propri. Non riesco a percepire (sbaglio ?) un impegno a generare un gioco a somma positiva. Il sogno delle startup non e’ fare un buon prodotto o avere dei grandi ricavi, ma vendersi a Google; l’unico modo in cui possono condividere parte del guadagno che per l’appunto non e’ teso al guadagno condiviso.

    Ad esempio, per gli editori, penso che ci potrebbero essere modi abbastanza semplici per moltiplicare i loro ricavi, aumentando nel contempo i ricavi di Google. Mi pare pero’ che cercare di fare giochi a guadagno condiviso non sia negli obiettivi del personale.

    Se ho ragione, cosi’ facendo, pero’, danneggiano la propria immagine, in primo luogo la’ dove si deve coagulare il consenso, come spiega Chomsky in “Capire il potere”.

    Ruolo editoriale
    Premetto che le attuali regole circa Youtube non c’entrano nulla con il caso in questione che risale ad anni fa, ma il tema della responsabilita’ e del ruolo dell’intermediario e’ (erroneamente) stato molto richiamato.

    La bozza di recepimento italiano della Direttiva europea sui servizi audiovisivi (volgarmente noto come  decreto Romani)  prevedeva dei limiti ai video distribuibili su Internet, come evidenziato dall’ex Ministro Gentiloni: tramite autorizzazioni o dichiarazioni, avrebbe potuto essere ostacolata la diffusione sul web di video “che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini
    animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia
    carattere meramente incidentale
    ” da parte di soggetti che erogano contenuti a fini di lucro.

    Non e’ lo stesso ambito, questo ha a che vedere con la “facolta'” per l’utente, ma pochi hanno notato che Youtube ha stabilito recentemente una cosa molto simile nei suoi contratti:

    We’ve updated our Terms of Use to clarify what kinds of uses of the website and the YouTube Embeddable Player are permitted. We don’t want to discourage you from putting the occasional YouTube video in your blog to comment on it or show your readers a video that you like, even if you have general-purpose ads somewhere on your blog. We will, however, enforce our Terms of Use against, say, a website that does nothing more than aggregate a bunch of embedded YouTube videos and intentionally tries to generate ad revenue from them

    La “violazione” che questa clausola vorrebbe prevenire, probabilmente, e’ tapezzare il proprio sito di video presi da youtube solo per fare traffico. (per inciso, non ho trovato tale clausola nei contratti italiani che, pero’, e’ scritto chiaramente che cio’ che fa fede e’ il testo inglese che pero’, dalla pagina delle “condizioni” in italiano, non sono riuscito a raggiungere, pur cambiando la lingua di uso del sito (c’e’ una apposita opzione); come dire, non pare siano accessibili le condizioni contrattuali che fanno fede; un piccolo bug che speriamo sistemino in fretta (qualcuno potrebbe provare e confermare ?)).

    Ovviamente sono assolutamente d’accordo sull finalita’ di questa clausola; la trovo legittima, giusta dal  punto di vista di business e corretta. ci mancherebbe!

    Tuttavia, questa, come altre, mi pare incompatibile con l’idea di hosting, caching e mere conduit che prevedono esenzione di responsabilita’ per l’intermediario.

    Con delle clausole di questo genere, che entrano nel merito delle licenze d’uso dei contenuti garantite agli utenti, mi pare che non si possa piu’ sostenere di essere solamente una piattaforma tecnologica che abilita una funzione tecnica. Mi pare piu’ come se una compagnia telefonica  dicesse
    “puoi fare tutte le telefonate che vuoi, ma non devi condurre affari”

    Diverso sarebbe, a mio avviso, se si dicessi “Per prevenire sovraccarichi al sistema e tutelarne il buon funzionamento, l’utente non può visionare piu’ di 3 contenuti al di’ “. In questo caso, senza motivazione tecnica vengono posti chiari limiti ai diritti d’uso, sulla base delle intenzioni d’uso degli utenti esattamente come le dichiarazioni sui DVD: “è vietato l’uso di questo DVD per il noleggio”.

    Ovviamente chiunque e’ liberissimo di porre questi limiti all’uso dei propri servizi! ci mancherebbe !!!.

    Ma se si  entra nel merito delle finalita’, dell’uso dei contenuti, se mi venisse chiesto, non mi sento che potrei sostenere che sia la stessa cosa di una piattaforma di hosting (come certamente lo e’ aruba), ne’ tantomeno un mere  conduit ne’un caching. Secondo me, il senso della norma si riferisce ad altro: ti do’ la piattaforma, non rovinarla, usala.

    Spesso si fa una analogia tra rete ed autostrade. Come tutte le analogie, anche questa e’ imprecisa. Ma per restare nell’analogia, e’ il Ministero dei trasporti che ti dice che il veicolo non puo’ essere piu’ largo, lungo, alto o pesante di tot; che diversamente devi chiedere una autorizzazione speciale, che non puoi trasportare esplosivi, che non puoi guidare piu’ di tot ore di fila un veicolo commerciale, ecc. E’ L’autorità pubblica che mette limiti. Non il gestore della infrastruttura. Non ti puo’ dire “non puoi circolare con auto gialle” o “non puoi fare viaggi di affari” o “noi possiamo rivendere la tua auto (*)” o “non puoi usare l’autostrada piu’ di 7 volte al giorno (**)”

    (*) Immaginando che fosse possibile vendere l’auto E lasciarla anche al proprietario..
    (**) immaginando che fosse possibile usare l’autosrtrada senza impegnarla,  senza alcun consumo di risorse, quindi non per limiti di capacita’.

    Se uno, invece, pone limiti di questo genere, penso che la domanda non sia “e’ un editore?” bensi’  “ha le
    esclusioni di responsabilita’ previste dalla direttiva per fornitori di hosting ?”

    Se chi ti da’ l’hosting comincia a sindacare sulle finalita’ del tuo uso,  sul “contenuto” e non sul “byte”, e’ cio’ di cui la direttiva prevede di  esentare la reponsabilita’ ?

    Penso che uno possa prendere la decisione di business che vuole. ci mancherebbe !!!

    Ma se la decisione di business e’ A, si prende anche le regole che governano A; se decide B, si prende le regole che governano B. Tertium non datur (Prendere B e voler usare le regole che governano A).

    Voi che ne pensate ?

     
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