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  • Stefano Quintarelli 10:59 am on March 26, 2010 Permalink  

    Riflessione su economia dell’abbondanza e sistemi di pagamento 

    i sistemi di pagamento tradizionali sono funzionali all’economia della scarsità connaturata nei beni fisici e caratterizzata da rendimenti decrescenti e limiti di ottimo paretiano; ne consegue che una caratteristica fondamentale dei sistemi transazionali sia la necessità di sanzionare comportamenti reprobi._

    nel mondo immateriale le regole sono diverse, i rendimenti possono essere crescenti come mostrato da Brian Arthur; l’economia non ha una scarsita’ intrinseca ma e’ una economia dell’abbondanza alla quale stiamo tentando di applicare, con poco successo, i sistemi transazionali tipici dell’economia della scarsità.

    partendo da cosiderazioni pragmatiche su disponibilità e modalità d’uso dei “neobeni” (beni informativi abilitati dalla tecnologia), descrivo un possibile nuovo sistema transazionale, per i beni digitali, che non si basa sulla sanzione dei comportamenti reprobi ma anzi sulla valorizzazione dei comportamenti virtuosi.

    Scarica 2010.03.19 la fine della distribuzione aggregata (pdf)

    vi invito a leggere l’allegato e a riconsiderare, sotto questa chiave interpretativa, l’esperienza di iTunes Music Store (che non e’ che abbia fatto sparire la musica dai circuiti P2P, ma ha aiutato l’industria a immaginare e trovare altre forme di remunerazione)

     
  • Stefano Quintarelli 11:59 pm on March 25, 2010 Permalink  

    Riflessione su economia dell’abbondanza e sistemi di pagamento 

    i sistemi di pagamento tradizionali sono funzionali all’economia della scarsità connaturata nei beni fisici e caratterizzata da rendimenti decrescenti e limiti di ottimo paretiano; ne consegue che una caratteristica fondamentale dei sistemi transazionali sia la necessità di sanzionare comportamenti reprobi._

    nel mondo immateriale le regole sono diverse, i rendimenti possono essere crescenti come mostrato da Brian Arthur; l’economia non ha una scarsita’ intrinseca ma e’ una economia dell’abbondanza alla quale stiamo tentando di applicare, con poco successo, i sistemi transazionali tipici dell’economia della scarsità.

    partendo da cosiderazioni pragmatiche su disponibilità e modalità d’uso dei “neobeni” (beni informativi abilitati dalla tecnologia), descrivo un possibile nuovo sistema transazionale, per i beni digitali, che non si basa sulla sanzione dei comportamenti reprobi ma anzi sulla valorizzazione dei comportamenti virtuosi.

    Scarica 2010.03.19 la fine della distribuzione aggregata (pdf)

    vi invito a leggere l’allegato e a riconsiderare, sotto questa chiave interpretativa, l’esperienza di iTunes Music Store (che non e’ che abbia fatto sparire la musica dai circuiti P2P, ma ha aiutato l’industria a immaginare e trovare altre forme di remunerazione)

     
  • Stefano Quintarelli 2:18 pm on March 8, 2010 Permalink  

    PayPal, Google ed Equifax lanciano lo Open Identity Exchange 

    PayPal, Google and Equifax back launch of Open Identity Exchange.

    PayPal, Google and Equifax back launch of Open Identity Exchange

    Google, Paypal, and Equifax are the first three identity providers
    certified by OIX to issue digital identity credentials that will be
    accepted for privacy-protected registration and login at US government
    websites. Verizon is currently in the certification process and is
    expected to be completed shortly.

    It’s what the world’s been waiting for. The creation of a workable
    federated identity standard will provide a major boost to the digital
    economy. But let’s not get too excited. Don’t forget, we’ve all been
    here before. The last great hope was the Liberty Alliance, a similar
    vendor-sponsored initiative that floundered under the weight of its own
    technical specifications. OIX has US Government support, which helps.
    But the real breakthrough will come at the user end. Create a simple,
    consumer-friendly standard that is open, easily accessible and
    comprehensible to all and they will come.

    Questa e’ una cosa potenzialmente rilevantissima._

    In passato Microsoft aveva lanciato un sistema di single sign on chiamato Passport sul quale ha fatto marcia indietro rispetto agli obiettivi iniziali, su pressione dei garanti dell privacy europei che avevano richiesto per l’appunto un ambiente federato, sul modello della Liberty Alliance.

    Io sono sempre scettico sui sistemi di single sign on o simili;  voglio una credenziale diversa per ogni servizio; tutto sommato, pero’, capisco che per la massa degli utenti, possa risultare comodo e d’altro canto, non si puo’ pretendere di educare tutti ad un tale grado di sensibilità circa la security.

    Immagino che, oggi come allora, i garanti della privacy europei vorranno vederci chiaro.

     
  • Stefano Quintarelli 8:43 am on February 28, 2010 Permalink  

    Ideali contrastanti tra EU ed USA secondo il New York Times 

    When American and European Ideas of Privacy Collide – NYTimes.com.

    ….But in a deeper sense, it called attention to the profound European
    commitment to privacy, one that threatens the American conception of
    free expression and could restrict the flow of information on the
    Internet to everyone….
    “The framework in Europe is of privacy as a human-dignity right,” said
    Nicole Wong, a lawyer with the company. “As enforced in the U.S., it’s a
    consumer-protection right.” …

    “For many purposes, the European Union is
    today the effective sovereign of global privacy law,” Jack Goldsmith and
    Tim Wu wrote in their book “Who Controls the Internet?” in 2006.  ….
    Article 8 of the European Convention on Human Rights says, “Everyone has
    the right to respect for his private and family life, his home and his
    correspondence.” The First Amendment’s distant cousin comes later, in
    Article 10. ….

    “The privacy protections we see reflected in modern European law are a
    response to the Gestapo and the Stasi,” Professor Cate said, …..“We haven’t really lived through that in the United States,”
    he said._

    American experience has been entirely different, said Lee Levine, a
    Washington lawyer who has taught media law in America and France. “So
    much of the revolution that created our legal system was a reaction to
    excesses of government in areas of press and speech,” he said.

    The word privacy does not appear in the Constitution,…European courts, by contrast, have Article 8….
    “Europeans are likely to privilege privacy protection over both
    economic efficiency and speech,” Susan P. Crawford, who teaches Internet
    law at the University of
    Michigan
    , ….

    “Google is digitizing the world and expecting the world to conform to Google’s norms and conduct,” said Siva Vaidhyanathan, who teaches media studies and law at the University of Virginia. “That’s a terribly naïve view of privacy and responsibility.”

     
  • Stefano Quintarelli 11:02 pm on February 27, 2010 Permalink  

    Da leggere: Financial Times: is Google now a monopoly ? 

    Tutto l’articolo e’ da leggere
    L’ultimo paragrafo e’ una stroncatura delle reazioni eccessive di Google alla giustizia Europea e in primo luogo italiana.

    E si che il FInancial Times e’ inglese e non italiano…_

    FT.com / Columnists / Christopher Caldwell – Is Google now a monopoly?.

    Google has cast attempts to regulate it as assaults on fundamental freedoms. Its search engineer Amit Singhal asked on the company’s blog this week “whether regulators should look into dictating how search engines like Google conduct their ranking” and discussed the unfolding debate over “government-regulated search”. Terms like “dictating” and “government-regulated” reflect a certain US provinciality, a deafness to measures of corporate responsibility other than libertarianism. Recently, Google has been wrong-footed by Germans’ reluctance to have street-level photographs of their houses and yards posted on Google’s maps. This week, Google said it was “astonished” when an Italian court ruled against its executives for not taking down quickly enough a video of an autistic child being harassed by teenagers. The US ambassador to Italy defended Google by noting that secretary of state Hillary Clinton has said that “a free internet is an inalienable human right”. Such attitudes have the ring of 1990s web utopianism to them. They are in for a re-examination.

     
  • Stefano Quintarelli 6:15 pm on February 27, 2010 Permalink  

    Due “brevi” riflessioni sulla vicenda Google e non solo sulla sentenza 

    Due cose: una sulla strategia relazionale e una sul ruolo editoriale (e’ sabato…)

    Strategia relazionale:
    Aldila’ della questione in se, in attesa delle motivazioni, penso che Google abbia fatto male, strategicamente, ad alzare i toni.

    Alzando i toni IMHO a contribuito a dividere maggiormente e radicalizzare le opinioni;  penso che in molti operatori economici, politici, dei media, questo inasprimento possa avere contribuito a rafforzare una immagine di “imperialismo tecnologico” di Google.

    Se ho ragione, da un certo punto di vista e’ un atteggiamento culturale simile a quallo che ha caratterizzato Telecom Italia nelle gestioni precedenti; Telecom ha reagito dedicandosi anche a migliorare la propria percezione da parte della comunità at large, non solo dai diretti interessati; ha iniziato tutta una serie di attività di lobbismo culturale che hanno abbassato di molto la sua percezione negativa nel pubblico in generale. Cito due esempi, per chiarire: Tronchetti che apostrofa i competitor “parassiti” e Schimdt che dice “se non vuoi che una cosa si sappia, non dovresti farla”._

    Ma non porsi in contrapposizione non e’ sufficiente, occorre anche mostrare (non necessariamente dimostrare) al resto dell’ecosistema che si e’ un buon vicino, gia’ dalle piccole cose. Anche qui posso ricordare Working Capital e altre iniziative di Telecom e, invece, le dichiarazioni di Schmidt a Barcellona. (dove anche non c’era l’idea di “essere comprati da Google“, ma essere assunti da Google (non era un forum di imprenditori…))

    Penso che sarebbe meglio avere piu’ cura del vicinato, ad esempio fare accordi di joint venture e collaborazione con molte realta’ piccole con cui le persone si possano identificare, non recintare i prati perche’ nessuno ci costruisca.. Se arriva uno che ti dice “mi stai distruggendo il business” non rispondere “nessuno ti obbliga, puoi sempre non giocare con me” ma chiedersi “come facciamo ? come posso aiutarti”. lui, l’altro, non ha alternative, bigG e’ monopolista.

    Invece ho come l’impressione che, legittimamente, il personale di Google non stia facendosi la punta al cervello per massimizzare i ricavi dell’ecosistema, ma solo i propri. Non riesco a percepire (sbaglio ?) un impegno a generare un gioco a somma positiva. Il sogno delle startup non e’ fare un buon prodotto o avere dei grandi ricavi, ma vendersi a Google; l’unico modo in cui possono condividere parte del guadagno che per l’appunto non e’ teso al guadagno condiviso.

    Ad esempio, per gli editori, penso che ci potrebbero essere modi abbastanza semplici per moltiplicare i loro ricavi, aumentando nel contempo i ricavi di Google. Mi pare pero’ che cercare di fare giochi a guadagno condiviso non sia negli obiettivi del personale.

    Se ho ragione, cosi’ facendo, pero’, danneggiano la propria immagine, in primo luogo la’ dove si deve coagulare il consenso, come spiega Chomsky in “Capire il potere”.

    Ruolo editoriale
    Premetto che le attuali regole circa Youtube non c’entrano nulla con il caso in questione che risale ad anni fa, ma il tema della responsabilita’ e del ruolo dell’intermediario e’ (erroneamente) stato molto richiamato.

    La bozza di recepimento italiano della Direttiva europea sui servizi audiovisivi (volgarmente noto come  decreto Romani)  prevedeva dei limiti ai video distribuibili su Internet, come evidenziato dall’ex Ministro Gentiloni: tramite autorizzazioni o dichiarazioni, avrebbe potuto essere ostacolata la diffusione sul web di video “che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini
    animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia
    carattere meramente incidentale
    ” da parte di soggetti che erogano contenuti a fini di lucro.

    Non e’ lo stesso ambito, questo ha a che vedere con la “facolta’” per l’utente, ma pochi hanno notato che Youtube ha stabilito recentemente una cosa molto simile nei suoi contratti:

    We’ve updated our Terms of Use to clarify what kinds of uses of the website and the YouTube Embeddable Player are permitted. We don’t want to discourage you from putting the occasional YouTube video in your blog to comment on it or show your readers a video that you like, even if you have general-purpose ads somewhere on your blog. We will, however, enforce our Terms of Use against, say, a website that does nothing more than aggregate a bunch of embedded YouTube videos and intentionally tries to generate ad revenue from them

    La “violazione” che questa clausola vorrebbe prevenire, probabilmente, e’ tapezzare il proprio sito di video presi da youtube solo per fare traffico. (per inciso, non ho trovato tale clausola nei contratti italiani che, pero’, e’ scritto chiaramente che cio’ che fa fede e’ il testo inglese che pero’, dalla pagina delle “condizioni” in italiano, non sono riuscito a raggiungere, pur cambiando la lingua di uso del sito (c’e’ una apposita opzione); come dire, non pare siano accessibili le condizioni contrattuali che fanno fede; un piccolo bug che speriamo sistemino in fretta (qualcuno potrebbe provare e confermare ?)).

    Ovviamente sono assolutamente d’accordo sull finalita’ di questa clausola; la trovo legittima, giusta dal  punto di vista di business e corretta. ci mancherebbe!

    Tuttavia, questa, come altre, mi pare incompatibile con l’idea di hosting, caching e mere conduit che prevedono esenzione di responsabilita’ per l’intermediario.

    Con delle clausole di questo genere, che entrano nel merito delle licenze d’uso dei contenuti garantite agli utenti, mi pare che non si possa piu’ sostenere di essere solamente una piattaforma tecnologica che abilita una funzione tecnica. Mi pare piu’ come se una compagnia telefonica  dicesse
    “puoi fare tutte le telefonate che vuoi, ma non devi condurre affari”

    Diverso sarebbe, a mio avviso, se si dicessi “Per prevenire sovraccarichi al sistema e tutelarne il buon funzionamento, l’utente non può visionare piu’ di 3 contenuti al di’ “. In questo caso, senza motivazione tecnica vengono posti chiari limiti ai diritti d’uso, sulla base delle intenzioni d’uso degli utenti esattamente come le dichiarazioni sui DVD: “è vietato l’uso di questo DVD per il noleggio”.

    Ovviamente chiunque e’ liberissimo di porre questi limiti all’uso dei propri servizi! ci mancherebbe !!!.

    Ma se si  entra nel merito delle finalita’, dell’uso dei contenuti, se mi venisse chiesto, non mi sento che potrei sostenere che sia la stessa cosa di una piattaforma di hosting (come certamente lo e’ aruba), ne’ tantomeno un mere  conduit ne’un caching. Secondo me, il senso della norma si riferisce ad altro: ti do’ la piattaforma, non rovinarla, usala.

    Spesso si fa una analogia tra rete ed autostrade. Come tutte le analogie, anche questa e’ imprecisa. Ma per restare nell’analogia, e’ il Ministero dei trasporti che ti dice che il veicolo non puo’ essere piu’ largo, lungo, alto o pesante di tot; che diversamente devi chiedere una autorizzazione speciale, che non puoi trasportare esplosivi, che non puoi guidare piu’ di tot ore di fila un veicolo commerciale, ecc. E’ L’autorità pubblica che mette limiti. Non il gestore della infrastruttura. Non ti puo’ dire “non puoi circolare con auto gialle” o “non puoi fare viaggi di affari” o “noi possiamo rivendere la tua auto (*)” o “non puoi usare l’autostrada piu’ di 7 volte al giorno (**)”

    (*) Immaginando che fosse possibile vendere l’auto E lasciarla anche al proprietario..
    (**) immaginando che fosse possibile usare l’autosrtrada senza impegnarla,  senza alcun consumo di risorse, quindi non per limiti di capacita’.

    Se uno, invece, pone limiti di questo genere, penso che la domanda non sia “e’ un editore?” bensi’  “ha le
    esclusioni di responsabilita’ previste dalla direttiva per fornitori di hosting ?”

    Se chi ti da’ l’hosting comincia a sindacare sulle finalita’ del tuo uso,  sul “contenuto” e non sul “byte”, e’ cio’ di cui la direttiva prevede di  esentare la reponsabilita’ ?

    Penso che uno possa prendere la decisione di business che vuole. ci mancherebbe !!!

    Ma se la decisione di business e’ A, si prende anche le regole che governano A; se decide B, si prende le regole che governano B. Tertium non datur (Prendere B e voler usare le regole che governano A).

    Voi che ne pensate ?

     
  • Stefano Quintarelli 11:25 am on February 27, 2010 Permalink  

    Bandwith Crunch 

    per “Credit crunch” si intende un calo significativo (o inasprimento improvviso delle condizioni) dell’offerta di credito al termine di un prolungato periodo espansivo, in grado di accentuare la fase recessiva. (Wikipedia). In pratica, le persone non riescono piu’ ad ottenere a credito i soldi che ottenevano prima.

    l’altro ieri all’evento sulle reti della CCIAA di Milano ho detto che secondo me sta per succedere lo stesso con le reti; ne ho poi accennato a margine con un lettore del mio blog che diceva che in effetti si puo’ desumere da cio’ che h scritto, ma non lo ho mai detto esplicitamente.

    mi scuso e lo faccio ora._

    La proliferazione dei device portatili con HSPA e delle chiavette, la limitazione delle frequenze (pur con tutte le toppe di riorganizzazione del caso), la limitazione del numero di BTS, il tasso di crescita dei dati, l’insufficienza del backhauling in rame (*), l’indisponibilita’ di fondi significativi per ammodernamento della rete, mi fanno ritenere che sia probabile che, in un vasto numero di luoghi, la quantità media di banda per utente in molti momenti del giorno, sara’ in futuro assai inferiore a quella che abbiamo sperimentato fin’ora. (Early adopters dell’iphone 3GS, i tempi  migliori sono passati)

    Sulla rete fissa, restano i prblemi che conosciamo. La’ dove c’e’ prossimita’ alla soglia di diafonia e/o limitatezza del backhauling dovuto all’assenza di fibre tra centrale e backbone, nuovi abbonati non ne faremo e aumentera’ il caso di aree non in digital divide, dove pero’ non possono essere attivati nuovi utenti. Situaizoni tipo una zona con potenzialmente 1000 abbonati, con ufficialmente 1000 abbonati coperti, di cui in realta’ se ne possono attivare solo 500. (una sorta di digital divide di ritorno..)

     
  • Stefano Quintarelli 9:47 pm on February 26, 2010 Permalink  

    Privacy Europea contro Free Speech negli USA 

    L’unione europea contesta limiti di privacy a Google per streetview. Da quanto capisco, oggi per  Streetview google sfuoca le immagini che pubblica ma tiene gli originali per un anno. (!?) La UE pare che voglia al massimo 6 mesi

    Associated Press.

    BRUSSELS (AP) — European Union data privacy regulators are telling Google Inc. to warn people before it sends cameras out into cities to take pictures for its Street View maps, adding to the company’s legal worries in Europe.

    Il dato che mi pare rilevate e’ che Google, pare che farà ricorso sulla base della libertà di parola (free speech).

    Google said it would appeal the case, claiming it attacked freedom of
    speech on the Internet._

    Free speech vs. Privacy. Come intuiva Luca De Biase. Prospettive diverse tra EU ed USA.

    In un commento ad un post, Eurolegal scriveva:

    Considerando n.2 della dir.95/46/CE: – I sistemi di trattamento dei dati sono al servizio dell’uomo; – essi, indipendentemente dalla nazionalità o dalla residenza delle persone fisiche, devono rispettare le libertà e i diritti fondamentali delle stesse, in particolare la vita privata, e devono contribuire al progresso economico e sociale, allo sviluppo degli scambi nonchè al benessere degli individui.

    Ricordo che la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE riporta come primo principio generale con valore precettivo anche nel diritto interno:

    Art.1 Dignita umana: La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata.

    Ed ancora: Art.7 Rispetto della vita privata e della vita familiare: Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e delle sue comunicazioni.

    Art.8 Protezione dei dati di carattere personale: Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Ogni individuo ha il diritto di accedere ai dati raccolti che lo riguardano e di ottenerne la rettifica. Il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente.

    Solo all’art.11 è riportata la libertà di manifestazione del pensiero: Art.11 Libertà di espressione e d’informazione: Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.

     
  • eugenio prosperetti 5:50 pm on February 26, 2010 Permalink  

    USA-Italia: abbiamo gli stessi “principi” di Internet in testa? 

    Mi preme commentare a mio modo gli eventi della sentenza "Google".

    Rassicuro che il commento non riguarda direttamente la sentenza e, dunque, sarei grato ai miei (pochissimi) lettori di non includermi nel novero dei numerosissimi osservatori ed analisti, anche autorevoli, che stanno commentando una sentenza senza ancora averla letta.

    Quello che voglio commentare e’ la reazione internazionale (gli eventi, appunto).

    Pare infatti inaudito agli osservatori USA (soprattutto) che in Italia si possa richiedere alla piattaforma un controllo (quale non sappiamo, non essendoci il testo della sentenza).

    Questo infatti mina i "principi fondamentali di Internet".

    I principi ai quali pensa un americano, da noi, non molti li conoscono.

    Qui infatti, a mio avviso, scatta un equivoco.

    I nostri commentatori vanno a rintracciarli nei principi che, nel nostro ordinamento, sono espressi dalla Direttiva 2000/31/CE (E-commerce directive).

    Questi principi (fondamentali, certo e guai se non ci fossero!) prevedono la esenzione di responsabilita’ di chi fa mere conduit, caching e hosting a certe condizioni.

    Si puo’ discutere se si applicano al caso in questione, non e’ questo il punto.

    Quel che dico e’ che non sono "i principi fondamentali di Internet" che ha in testa un americano, che non ha, nel suo ordinamento, la E-commerce directive nella stessa forma in cui la conosciamo noi.

    L’americano conosce invece bene la Section 230 del Communication Decency Act che stabilisce che: "

    No provider or user of an
    interactive computer service shall be treated as the publisher or speaker of
    any information provided by another information content provider".

    In sostanza, se il materiale che pubblico e’ fornito da terzi, in nessun caso sono responsabile editoriale o si puo’ dire che lo sto pubblicando io. Questo nemmeno se faccio un editing leggero del materiale (viene ancora considerato materiale di terzi.

    Vuol dire che se io sul mio sito lascio pubblicare a terzi materiale che contiene calunnie non sono responsabile delle stesse, anche se ne sono consapevole.

    In Italia non funziona cosi’.

    In Europa nemmeno.

    In USA si.

    Abbiamo gli stessi principi di Internet?

    Forse no, non sempre. Non e’ cosi’ scontato.

    Attendo comunque di leggere il testo della sentenza.

    ._



     
  • Stefano Quintarelli 12:09 pm on February 25, 2010 Permalink  

    L’erba del vicino: Wifi pubblico a Malaga: la città multata dall’autorita’ spagnola per le comunicazioni (non c’entra Pisanu) 

    Per offrire servizi di accesso al pubblico, bisogna essere operatori di TLC registrati e seguire le stesse regole (dalla separazione contabile dell’operatore  alla identificazione dell’abbonato al servizio)

    Non si puo’ dare wifi nemmeno per accedere ai siti del comune, secondo la sottocitata dottrina della Commissione Europea

    CMT Blog » Wifi en Málaga: la importancia de inscribirse como operador.

    El consejo de la CMT ha decidido sancionar a Málaga con 300.000 € por no haberse inscrito en el registro de de operadores de la Comisión, a pesar de estar ofreciendo servicios de acceso a Internet en 40 puntos de la ciudad….

    No es autoprestación dar acceso a webs municipales, ni siquiera para
    hacer trámites relacionados con el Ayuntamiento. Este es un caso
    particular en el que se puede dar wifi gratuito, siguiendo la doctrina de la Comisión Europea. Pero
    no es autoprestación; el Ayuntamiento se tiene que inscribir en el
    Registro de Operadores de la CMT.

     
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