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  • pierani 10:26 pm on February 12, 2010 Permalink  

    In Rete non tutto è lecito: sono assolutamente d’accordo con FAPAV 

    Come scrivevo qualche giorno fa in merito al caso FAPAV vs Telecom:

    A volte si promuove una causa e poi in giudizio si è invece costretti a difendersi, a volte si entra in un Tribunale civile e si finisce in Procura, sono cose che capitano, questo potrebbe essere il caso di FAPAV anche perchè delle due l’una, o nei suoi atti ha dichiarato il falso, e vabbè capita se mossi dal sacro ardore della tutela dei diritti ! oppure, e questo sarebbe più grave, ha detto il vero…

    Purtroppo non si è ancora completamente svelato l’arcano, l’impressione è che siamo solo alle prime schermaglie, nel frattempo il Garante Privacy è intervenuto nel giudizio e si sta interessando della questione  anche Altroconsumo gli aveva chiesto di farlo  e, proprio nella risposta inviata alla richiesta di chiarimenti del Garante pare che Fapav abbia già cominciato a calare le braghe, almeno sull’aspetto che, se confermato, sarebbe stato il più grave, si legge qui, infatti, tra le altre cose, che

     FAPAV non ha ottenuto e non può ottenere alcuna corrispondenza tra le URL delle pagine web citate e l’attività telematica degli internauti italiani, poiché soltanto l’ISP può fornire questo tipo di informazioni circa l’attività dei suoi abbonati.

    Ora, a parte che neanche gli ISP sono legittimati a farlo e che chiunque avesse dati di questo genere non potrebbe che averli ottenuti attraverso comportamenti gravemente illeciti e sanzionabili penalmente, resta il fatto che, da quanto riportavano i giornali, nel ricorso presentato al Tribunale FAPAV asseriva di conoscere anche su quali siti avevano navigato gli utenti monitorati, vabbè FAPAV ci dice adesso che era tutto uno scherzo, sarebbe però utile che il Garante confermasse che di scherzo si tratta e che nessuno ha violato il domicilio informatico di numerosissimi utenti e inserito malware nei loro pc. Attendiamo fiduciosi di avere una tale conferma._

    C’è poi un altro aspetto, meno grave forse, ma mica tanto, quello dell”‘investigazione”, vogliamo chiamarla così ? sul p2p:

    a quanto consta, alcuni associati FAPAV hanno fatto ricorso ad una società specializzata nella protezione dei diritti d’autore, incaricata di fornire statistiche dei download a partire dai cosiddetti “fake” (o “files decoy”, file che contengono il trailer di un film ripetuto in serie) diffusi da territorio straniero nelle reti peer-to-peer per simulare i file di opere protette dal diritto d’autore. Lo strumento utilizzato altro non è che una versione del software open source eMule,  modificato in modo da visualizzare la ripartizione dei download per ISP.

    Non mi dilungo su questo punto e rinvio ai primi commenti di Stefano Quintarelli, mi limito ad aggiungere che anche qui vorrei essere confortato dal Garante al più presto sul fatto che non ci sia stata alcuna violazione dei dati personali degli utenti perchè, insomma, su questa fantomatica istantanea anonimizzazione degli IP attraverso un procedimento rapido ed immediato  allo stato mantengo, come dire, qualche piccolo scetticismo.

    Critico da tempo la politica delle major e ancora di più le Istituzioni che si appiattiscono su di essa, ma non sono un fan del p2p, non mi sono mai appassionato alle sorti di Pirate Bay è, infatti, oltremodo triste che non si sia ancora trovata una modalità condivisa e legale per distribuire e condividere contenuti in Rete, se andiamo avanti di questo passo però rischiamo di giocarci qualcosa di più e di più grave. C’è, infatti, un problema di fondo in tutta questa storia di FAPAV che va alla base del principio di legalità, quandanche hai subito un danno, un torto, o perlomeno pensi che questo sia il caso, comunque non puoi pretendere di fare valere i tuoi diritti attraverso prove raccolte in maniera illecita e se lo fai devi essere punito severamente, questo a tutela della stabilità dell’Ordinamento.

    In un comunicato di oggi FAPAV tra le altre cose asserisce:

    Le infondate supposizioni  del Garante della privacy e il clamore che ne è conseguito  appaiono costituire un oggettivo incoraggiamento al fenomeno della pirateria – che costituisce un reato – e a rafforzare l’errato convincimento che sulla rete tutto è lecito, perché l’impunità per le eventuali malefatte è garantita dalla legge sulla privacy.

    Condivido una cosa: è assolutamente errato il convincimento che in Rete tutto sia lecito e da quanto è emerso finora sembra proprio che FAPAV dovrebbe riflettere intensamente su questa verità anche e soprattutto per quanto riguarda i suoi stessi comportamenti.

     
  • pierani 1:52 pm on February 9, 2010 Permalink  

    SIAE e Tivù – Altroconsumo chiede l’intervento della Commissione europea su due bubboni italiani 

    Dopo alcuni giorni di silenzio torno a bomba su due questioni ampiamente dibattute in questo blog: circa la prima, Rai, Mediaset, Tivù, in una sola parola: Raiset  era da un pò che non ne parlavamo, sulla seconda, il decreto SIAE/Bondi e l’iniquo compenso  ci eravamo, invece, lasciati recentemente su questo punto fermo: il Decreto Bondi è attaccabile sia a Bruxelles sia a Roma  

    Ebbene, oggi Altroconsumo ha presentato due corposi ricorsi alla DG Concorrenza della Commissione europea su entrambi i bubboni, tutti italiani, vi rinvio al comunicato dell’associazione che trovate anche di seguito, avremo sicuramente modo di approfondire._

    Aiuti di stato nell’operazione tivù e nel decreto Bondi sull’equo compenso. Altroconsumo ricorre alla Commissione europea

    Si insedia la nuova Commissione UE, la Barroso II, e Altroconsumo augura buon lavoro al nuovo titolare della DG Concorrenza, Joaquin Almunia, presentando due ricorsi, tutti italiani: contro Tivù per concentrazione e aiuti di Stato e contro il decreto Bondi sull’equo compenso, sempre per aiuti di Stato e abuso di posizione dominante.

    Il contesto in cui sono avvenute le due operazioni, distinte ma con effetti simili, è lo stesso, caratterizzato da dinamiche di accordi per privilegiare gli interessi di alcuni a danno dello sviluppo del mercato tecnologico, dei contenuti e di programmi di qualità, con consolidamento di posizioni già esistenti.

    Con la creazione della joint venture Tivù, Telecom Italia media, RTI e RAI hanno realizzato una concentrazione di dimensione comunitaria, che tuttavia non è stata notificata alla Commissione europea. Le conseguenze saranno ingessare ulteriormente il mercato pubblicitario televisivo già oggi caratterizzato da un’elevata concentrazione. Dinamiche collusive, a tutto vantaggio del potere di mercato delle imprese coinvolte, contro eventuali competitor. Tutto ciò a discapito di incentivi verso lo studio e la realizzazione di programmi di qualità, innovativi, aperti al confronto e alla sperimentazione.

    Criptando i programmi con un protocollo di codifica incompatibile con quello del decoder Sky, Rai e RTI hanno in pratica reso inaccessibile la propria programmazione generalista sulla piattaforma Sky in lesione delle regole della concorrenza (Articolo 101 del Trattato). Risultato: circa 5 millioni di utenti Sky non potranno ricevere programmi free-to-air e di servizio pubblico. Ma la RAI, proprio per assolvere al ruolo di servizio pubblico, beneficia del canone di abbonamento, un aiuto di Stato giudicato dalla Commissione compatibile con la natura del servizio erogato. Sino alla creazione di Tivù.

    Con il decreto Bondi sull’equo compenso è stato esteso il prelievo da parte della SIAE di una quota di prezzo destinato a remunerare gli autori per la copia privata (prima previsto solo su CD, DVD vergini e masterizzatori) a tutti i dispositivi dotati di memoria, come telefoni cellulari, decoder, console di videogiochi. Secondo Altroconsumo si tratta di una tassa iniqua, in concreto aiuti di Stato alla SIAE e all’industria dell’audiovisivo, con abuso di posizione dominante. E un’interferenza illegittima con il funzionamento del mercato interno UE.

    Commissario Almunia, buon lavoro.

     
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